La crisi climatica non è più un problema del futuro, ma una realtà che incide già oggi sulla vita delle persone e degli ecosistemi. Le Conferenze delle Parti (COP), promosse dalle Nazioni Unite, rappresentano il principale spazio di confronto internazionale su questo tema, ma i loro risultati sono spesso oggetto di dibattito. In questo dossier proponiamo due contributi che analizzano la COP30 da prospettive diverse ma complementari.
Il primo articolo ricostruisce i fatti principali della conferenza, i suoi obiettivi e i risultati raggiunti.
Il secondo offre invece una riflessione critica sui limiti strutturali della governance climatica globale, mettendo in luce il divario tra dichiarazioni ufficiali e azioni concrete. Due sguardi diversi, un unico obiettivo: comprendere meglio una delle sfide più decisive del nostro tempo.
COP30: ambizioni climatiche e realtà della diplomazia globale
Tra promesse internazionali, interessi economici e limiti del multilateralismo, la Conferenza di Belém mostra quanto sia difficile trasformare gli impegni sul clima in azioni concrete.
Il cambiamento climatico rimane la sfida più complessa per l’umanità, richiedendo uno sforzo di coordinamento globale senza precedenti. In questo contesto, l’ONU funge da mediatore attraverso l’UNFCCC, l’organismo creato per stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera. Le conferenze delle Parti (COP) sono lo strumento operativo per tradurre impegni politici in azioni concrete.
La COP30, svoltasi dal 10 al 21 novembre 2025 a Belém, in Brasile, è stata vista come un’occasione cruciale per la situazione climatica globale e aggiornare gli impegni nazionali, i cosiddetti NDC (Nationally Determined Contributions), rappresentando l’ultima opportunità per mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5°C, come stabilito negli Accordi di Parigi del 2015.
La scelta di Belém, adiacente all’Amazzonia, ha avuto un forte valore simbolico: la foresta pluviale tropicale più grande del mondo è un “polmone verde” che regola il clima globale, assorbendo enormi quantità di CO₂. Nonostante l’importanza dell’evento, il meccanismo delle COP presenta problemi strutturali che ne limitano l’efficacia.
Alla conferenza hanno partecipato circa 56.000 persone, di cui 11.519 delegati ufficiali, rappresentando 194 Paesi su 198 membri dell’UNFCCC. Tuttavia, Stati Uniti, Afghanistan, Myanmar e San Marino non hanno inviato alcuna delegazione, mentre Cina, India, Russia e Argentina hanno partecipato senza rappresentanti di governo di alto livello.

Uno dei principali ostacoli è stata l’elevata influenza dei gruppi di interesse legati ai combustibili fossili. Numerosi osservatori internazionali hanno evidenziato come la forte presenza di grandi compagnie petrolifere e del gas durante i negoziati hanno concorso a indebolire le decisioni finali, privilegiando il profitto immediato rispetto alla protezione climatica a lungo termine. A questo si aggiunge un consistente divario tra le promesse diplomatiche e le azioni concrete dei governi: spesso i documenti firmati durante le conferenze non si traducono in leggi nazionali vincolanti. Questo trasforma gli impegni in semplici dichiarazioni d’intenti, giudicati insufficienti dall’ASviS per generare cambiamenti strutturali. Come sottolineato dal Segretario Generale dell’ONU António Guterres, “le COP si basano sul consenso e, in un periodo di divisioni geopolitiche, il consenso è sempre più difficile da raggiungere”. In questo scenario, gli interessi economici dei cosiddetti “petrostati” continuano a condizionare le decisioni politiche, rendendo fragili anche gli impegni finanziari più concreti.
Dal punto di vista degli esiti, la COP30 ha prodotto il cosiddetto Global Mutirão, il documento finale approvato dalle nazioni presenti, che prevede tra l’altro di triplicare i finanziamenti per l’adattamento climatico e il rafforzamento della resilienza nei Paesi più vulnerabili. Sono stati lanciati anche programmi specifici come il TFFF (Tropical Forests Forever Facility), un fondo dedicato alla protezione delle foreste tropicali, con oltre 50 Paesi partecipanti.

Un altro problema riguarda la crisi del multilateralismo, ovvero la capacità degli Stati di collaborare in modo trasparente. Come ha recentemente ribadito António Guterres, la tentazione di molti Paesi di rinunciare ad un’azione climatica coordinata per proteggere le proprie industrie pesanti, mette a rischio l’intero sistema. La questione è spesso di natura economica: i Paesi in via di sviluppo chiedono sostegno finanziario a quelli industrializzati, storicamente maggiori responsabili dell’inquinamento. Senza un accordo equo sulla “giustizia climatica” e sul trasferimento di fondi per la transizione tecnologica, è poco probabile che le nazioni più povere abbandonino fonti energetiche economiche ma inquinanti, come il carbone. I Paesi in via di sviluppo, che subiscono i maggiori danni dal cambiamento climatico, richiedono infatti il sostegno finanziario dai Paesi industrializzati, responsabili storicamente della maggior parte delle emissioni. Nonostante l’impegno a triplicare i finanziamenti entro il 2035, restano domande cruciali su modalità, tempi e garanzie di effettivo utilizzo.
Nonostante queste difficoltà, considerare la COP30 come un esercizio inutile sarebbe un errore. L’incontro resta fondamentale perché non esiste attualmente un’alternativa valida per affrontare un problema globale in modo democratico. La conferenza crea pressione politica costante sui governi, obbligandoli a rendere conto delle proprie azioni davanti alla comunità internazionale e all’opinione pubblica globale. Inoltre, la COP30 ha rappresentato il momento in cui i Paesi hanno presentato nuovi piani nazionali di riduzione delle emissioni, fornendo una base scientifica e tecnica condivisa per monitorare i progressi reali. Pur accendendo i riflettori su Amazzonia, giustizia climatica, finanziamenti e cooperazione internazionale, la COP 30 ha messo in luce limiti strutturali legati a interessi economici e tensioni geopolitiche, mostrando quanto sia difficile tradurre le dichiarazioni in azioni concrete
In conclusione, la COP30 si presenta come un processo contraddittorio, sospeso tra l’inefficienza della diplomazia lenta e l’urgenza di una crisi climatica in rapido sviluppo. La conferenza resta comunque uno strumento indispensabile per la governance climatica globale, a patto che i prossimi passi siano accompagnati da impegni concreti, monitoraggio rigoroso e collaborazione internazionale autentica.
Matteo Bocci – Stefano Moretti
Perché le COP non bastano
il clima tra interessi economici e promesse mancate
La COP30 come caso di studio per comprendere i limiti del multilateralismo climatico, il peso delle lobby fossili e la distanza tra impegni diplomatici e azioni reali

La COP (Conference of the Parties) è l’assemblea periodica delle Parti della UNFCCC, nata per coordinare azioni collettive contro il cambiamento climatico. L’edizione del 2025, nota come COP30, si è svolta a Belém, in Brasile, e ha visto la partecipazione di circa duecento Paesi. Dopo due settimane di negoziati, i delegati hanno raggiunto un’intesa che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto segnare un passo avanti nella lotta alla crisi climatica. La COP30 infatti, pur essendo il più grande evento globale per le discussioni e i negoziati sui cambiamenti climatici, si palesa inefficace per la discrepanza tra gli obiettivi, molto ambiziosi, che funzionano solo finché restano sulla carta, e i risultati reali. Guardando più da vicino i risultati concreti, emerge infatti un quadro fatto di promesse difficili da realizzare e di compromessi al ribasso. Alcuni degli obiettivi dichiarati appaiono più vicini ad un’utopia che ad un progetto realistico.
Il principale risultato della conferenza è stato il cosiddetto *Global Mutirão*, il documento finale approvato all’unanimità, che prevede tra l’altro la triplicazione dei finanziamenti per l’adattamento climatico e il rafforzamento della resilienza nei Paesi più vulnerabili. Secondo quanto riportato dall’ ANSA, si tratta di un impegno significativo sul piano politico. A un primo sguardo potrebbe sembrare un passo decisivo, ma il problema sta nella sua formulazione: non vengono indicati importi precisi né meccanismi vincolanti. Diverse ONG e osservatori internazionali, tra cui il ‘Business and Human Rights Centre’, hanno già espresso forti dubbi sulla reale possibilità che questi fondi vengano erogati in modo efficace e sufficiente.
Un altro aspetto emerso durante la COP30 è la consapevolezza che la lotta al cambiamento climatico non può essere affidata esclusivamente agli Stati. La conferenza ha riconosciuto la necessità di una governance climatica “policentrica”, in cui cittadini, comunità locali, imprese e società civile siano coinvolti direttamente nelle azioni concrete. In teoria, questa visione è coerente e condivisibile. Tuttavia, senza affrontare il nodo centrale della crisi climatica, il rischio è quello di costruire un sistema che funziona solo in apparenza.

Il problema principale rimane infatti l’uso dei combustibili fossili. Alla COP30 non è stato raggiunto alcun accordo vincolante per il *phase-out* di petrolio, gas e carbone. Nel testo finale, questi termini non vengono nemmeno citati esplicitamente. La scelta appare ancora più significativa se si considera che alla COP28, solo due anni prima, molti Paesi avevano dichiarato l’intenzione di ridurre progressivamente l’uso dei combustibili fossili. Come sottolineato da ‘The Guardian’ ed ‘Euronews’, il passo indietro compiuto a Belém dimostra quanto sia fragile il consenso internazionale su questo tema.

A spiegare questa difficoltà è intervenuto anche il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, che ha ricordato come le COP si basino sul consenso unanime e come, in un contesto di forti divisioni geopolitiche, raggiungerlo sia sempre più complicato. In altre parole, basta il veto di pochi Paesi per bloccare decisioni fondamentali. I cosiddetti “petrostati”, la cui economia dipende in larga parte dal petrolio e dal gas, continuano a esercitare un peso determinante nei negoziati, rendendo quasi impossibile l’adozione di misure realmente incisive. Il risultato è che si può discutere a lungo di finanza climatica, adattamento, energie rinnovabili e tutela ambientale, ma finché il sistema economico globale resta legato ai combustibili fossili, ogni impegno rischia di essere fragile come un castello di sabbia. Come ha scritto ancora ‘’The Guardian’, la COP30 “ha evitato un disastro”, ma solo grazie a piccoli passi, ben lontani dal salto di qualità necessario per affrontare l’emergenza climatica.
In conclusione, la COP30 si presenta come un incontro sospeso tra ambizioni elevate e una realtà fatta di compromessi. Da un lato, ha prodotto alcuni avanzamenti sul fronte della finanza climatica e ha rilanciato il dibattito su una nuova governance globale. Dall’altro, ha mancato l’obiettivo più urgente e simbolicamente più forte: superare in modo deciso l’era dei combustibili fossili. Ed è proprio questa contraddizione che rende legittima la domanda: gli obiettivi della COP30 sono davvero reali, o restano, ancora una volta, semplici dichiarazioni di principio?
Lorenzo Sergi
