La Musica è l’unica arte che possiamo definire invisibile perché non occupa spazio e non si può fisicamente toccare, eppure ha il potere di far marciare gli eserciti, addormentare i neonati e definire intere generazioni. Ma come siamo passati dal battere un osso contro una pietra alla complessità di una sinfonia di Mahler o alla vastità di Spotify?
La Storia della Musica ha inizio circa 40.000 anni fa nelle grotte di Hohle Fels in Germania, un uomo del Paleolitico intagliò un osso di avvoltoio per farne un flauto. Quello fu il “Big Bang” della musica, quel suono acuto non era solo intrattenimento per l’uomo, ma era magia.
Nella Preistoria la musica era funzionale e serviva ad imitare la natura durante la caccia, per i rituali sciamanici, per rafforzare la coesione sociale attorno al fuoco o solamente per sincronizzare il lavoro di gruppo.
Nell’antica Grecia, invece, la musica era una disciplina matematica e filosofica capace di influenzare l’anima. Ma è nell’anno 1000 quando nel Medioevo ci fu la prima rivoluzione tecnica, nasce la scrittura musicale grazie al monaco italiano Guido d’Arezzo che inventò il tetragramma, un antenato del pentagramma. Questa invenzione permetterà alla musica di essere scritta e tramandata.
Nella Scuola di Notre Dame nasce poi la polifonia, i compositori iniziano a sovrapporre diverse linee melodiche e l’uomo scoprì la prospettiva sonora secoli prima di quella pittorica. La musica diventò il ponte verso il divino attraverso il Canto Gregoriano, voci maschili all’unisono che cercano di toccare il cielo, in chiese costruite per amplificare l’eco divina.
Tra il 1600 e il 1800, la musica entra nei teatri e nei salotti facendo nascere il pubblico pagante. L’Opera nasce in Italia, un genere teatrale dove le storie umane prendono il sopravvento. Nel 1607, con l’Orfeo di Monteverdi, la musica impara a raccontare storie complesse, diventando il primo vero spettacolo multimedia
Con Johann Sebastian Bach, la musica raggiunge una perfezione architettonica assoluta e si codifica il sistema tonale mentre con Haydn e Mozart, la musica esce dalle chiese ed entra nelle sale da concerto. Nasce così la Sinfonia come forma d’arte suprema basata su equilibrio e razionalità.
Ma con l’arrivo dell’Ottocento l’equilibrio viene distrutto. Ludwig van Beethoven è lo spartiacque;, infatti, con lui la musica smette di essere un piacevole intrattenimento per aristocratici e diventa l’espressione tormentata dell’animo dell’artista. Con lui il compositore non è più un servitore di corte, ma un artista libero che urla al mondo le proprie emozioni.
Nell’Ottocento, la musica diventa il veicolo del Nazionalismo. Le opere di Verdi in Italia o di Wagner in Germania non sono più solo spettacoli ma sono atti politici. Nei teatri si formano le identità nazionali. La musica diventa il luogo dove la società civile discute di sé stessa e dei propri ideali di libertà. La vera rivoluzione è il supporto di registrazione. Nel 1877 Edison inventa il fonografo e per la prima volta nella storia, si può ri-ascoltare un’esecuzione.
Se il passato era melodia, il XX secolo è stato ritmo e rottura. La musica definita “colta” cerca nuove strade, abbandona la melodia piacevole per l’atonalità e la dissonanza diventando intellettuale e complessa mentre dall’altra parte nasce la musica popolare che grazie alla tecnologia, esplode. Nello stesso secolo nasce il microfono e per la prima volta, non serve urlare per farsi sentire.
Se prima la musica univa le generazioni con l’arrivo del Rock ‘n’ Roll nasce il concetto di “cultura giovanile”.
La musica diventa il passaporto per l’identità adolescente. Il Jazz prima e il Rock poi sono la voce delle minoranze oppresse, gli afroamericani “invadono” il mainstream bianco, scardinando tabù razziali e sessuali.
La musica diventa il carburante delle rivoluzioni sociali. Negli anni ’60 e ’70, una chitarra elettrica aveva la stessa potenza di un comizio politico. I festival come quello di Woodstock nel 1969 non vengono considerati solo concerti, ma esperimenti sociali infatti la musica è il mezzo per immaginare una società alternativa, pacifista e comunitaria. Per la prima volta, il suono è un’arma politica puntata contro il sistema È il secolo della democratizzazione: grazie al vinile e alla cassetta, la musica entra nelle case di tutti, non solo di chi può permettersi un biglietto a teatro. Se prima la musica univa le generazioni con l’arrivo del Rock ‘n’ Roll nasce il concetto di “cultura giovanile”.
La musica diventa il passaporto per l’identità adolescente. Il Jazz prima e il Rock poi sono la voce delle minoranze oppresse, gli afroamericani “invadono” il mainstream bianco, scardinando tabù razziali e sessuali.
Dagli anni ’80 in poi, la musica diventa digitale. Prima l’audiocassetta ed il Walkman poi CD, l’MP3 e l’Ipod, infine lo Streaming hanno spostato la musica dalle piazze alle nostre tasche.
La musica è diventata “liquida”: non possediamo più dischi, ma accediamo a un archivio infinito nel cloud. Gli algoritmi di streaming sanno cosa vogliamo ascoltare prima ancora di noi. Il paradosso moderno è l’abbondanza: abbiamo accesso a ogni brano mai scritto nella storia ma la nostra soglia di attenzione è crollata. L’Intelligenza Artificiale sta iniziando a comporre brani e playlist “su misura” per il nostro umore, sfidando il concetto stesso di creatività umana.
